Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, con genitori discutibili annessi

Negli ultimi anni la nostra relazione con i film Marvel si è fatta decisamente altalenante. Qualcosa per noi si era incrinato già durante la Fase 2 del MCU, ma la Fase 3 ha finito per evidenziare una serie di problemi che, per quanto ci riguarda, hanno finito per convergere in una serie di film che abbiamo accolto tiepidamente, nonostante la presenza di qualche titolo interessante. Di conseguenza, stiamo facendo i primi passi nei meandri della fase 4, che ha il compito di presentare nuovi personaggi dopo l’abbandono di alcuni dei volti storici, con una certa prudenza. E con l’intenzione di non affezionarci a nessuno perché poi, puntualmente, Kevin Feige fa fuori i nostri preferiti.

Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli introduce quindi il personaggio di Shang-Chi, figlio di Wenwu a.k.a. il Mandarino e capo immortale dei Dieci Anelli, che vive a San Francisco sotto il nome di Shaun e lavora come parcheggiatore di auto insieme alla sua amica Katy; credendo di essersi messo per sempre il padre e le sue discutibili qualità genitoriali alle spalle. Se l’idillio durasse non saremo in un film Marvel e quindi ecco che quattro sgherri e un gigante con un machete al posto del braccio lo intercettano su un autobus per rubargli un ciondolo donatogli dalla madre, che servirebbe al Mandarino per trovare la strada per il mistico villaggio di Ta-Lo. Da un gruppo di criminali che si muove nell’ombra ti aspetteresti un approccio un po’ più stealth ed invece finiscono per dirottare un autobus in centro città, ma questi sono dettagli. Dopo questo show, Shang-Chi non può più mantenere il segreto sulle sue origini e capisce presto che il padre sta per combinarne un’altra delle sue. E come ogni supereroe-in-the-making che si rispetti deve tornare a casa e confrontarsi con i demoni del suo passato.

La prima paura riguardo a Shang-Chi era legata a filo doppio ad uno degli ultimi live-action Disney: Mulan. La preoccupazione era di ritrovarci davanti un altro finto wuxia, dove il regista è convinto che far volare i personaggi a mezz’aria mentre combattono sia tutto ciò che il genere abbia da offrire; perché è cosa nota che kung-fu e personaggi asiatici possono esistere soltanto in un wuxia o in un film con Jackie Chan. Per fortuna Destin Daniel Cretton, regista del film, nonostante sia chiaramente influenzato dal genere, riesce a trovare una sua dimensione senza dare l’impressione di incollare insieme elementi presi a caso, dimostrando anche una certa capacità di costruire scene d’azioni efficaci e fluide.

Saltato questo ostacolo, Shang-Chi riesce nell’introdurre una serie di personaggi per cui è decisamente facile provare empatia: la caratterizzazione ha molto più un approccio alla Ant-Man, che alla Captain America; scelta che non può che farci piacere. E no, non soltanto perché in questa redazione siamo palesemente Team Iron Man, ma perché il duo composto da Shang-Chi e Katy ci viene presentato attraverso le loro incertezze e le loro difficoltà giornaliere, che sembrano quasi banali se messe a confronto con la responsabilità di salvare il mondo.

Ora che non c’è l’ombra dell’apocalisse sul mondo, la posta in gioco per il protagonista si alza progressivamente, lasciando più spazio a momenti di comicità e all’interazione tra personaggi non focalizzata su scazzottate e battaglie per la salvezza dell’umanità (ogni riferimento ad un gigante bullo viola ed uno schiocco di dita è totalmente casuale).

La prima ora è una gioia perché c’è un ritorno ai titoli più solidi del MCU, ma una parte del buon lavoro svolto va perso successivamente, quando Shang-Chi casca nella stessa trappola in cui sono caduti tutti gli ultimi film Marvel: si decide di complicare troppo le cose in un turbinio di avvenimenti e qui sembra che non si sia imparato nulla dai colossali difetti di Endgame.

La trama non è una cima di originalità e gli effetti speciali arrancano un po’, ma il cast scelto riesce a far passare tutti gli evidenti problemi del film in secondo piano. Simu Liu ed Awkwafina, nei panni di Shang-Chi e Katy sono la quintessenza del duo maldestro, con il nostro protagonista che vanta la stessa aria minacciosa di Winnie the Pooh e, di conseguenza, vederlo prendere a calci gente non smette mai di sorprendere. E, nel caso aveste bisogno di un ulteriore nota a favore sul casting, sappiate che c’è Michelle Yeoh.

Alla fine Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli sarebbe potuto essere molto di più: le potenzialità erano infinite e c’era la possibilità di partire da zero con qualcosa che si dimostrasse una necessaria ventata di aria fresca in casa MCU, ma il film riesce a soddisfare queste aspettative solo in parte. L’approccio diverso al combattimento e la scelta di proporre al mercato americano una parte del film in mandarino sono stati dei buoni punti di partenza, che hanno portato ad un film a tratti avvincente e generalmente godibile, ma che sarebbe potuto diventare qualcosa di straordinario se solo si fosse mantenuto il focus sui personaggi, senza cercare di fare il passo più lungo della gamba.

5 pensieri su “Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, con genitori discutibili annessi

    1. In generale personaggi meno incisivi, troppo focus sul creare una macro-trama e collegare tutti i film che sull’effettiva storia che si sta raccontando. Naturalmente non tutti i film sono così e i problemi non sono sempre gli stessi, ma forse 3 film all’anno sono un po’ troppi per mantenere la qualità dei primi anni. Naturalmente le mie sono opinioni personali e in generale nessuno dei film è effettivamente “brutto”.

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      1. Hai detto bene, le nostre conversazioni sono sempre molto piacevoli, ed è per questo che commento i tuoi post da così tanto tempo. Buon fine settimana! 🙂

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