Dune, che è solo l’origine di tutti gli Sci-Fi. No pressure.

Dune è arrivato in sala con il peso del mondo (cinematografico) addosso. Probabilmente il titolo più atteso del 2020, mettendo in secondo piano qualsiasi cinecomic o film di franchise vari ed eventuali, è stato posticipato al 2021 causa pandemia, ritrovandosi a fare il suo debutto in un momento in cui siamo tornati alle vite di prima, ma non troppo. Questa premessa non è fatta tanto per essere didascalici, ma perché questo Dune è solo il principio di un progetto cinematografico più grande di cui potremo vedere i prossimi capitoli ( due ulteriori film e un prequel per la tv) solo se la Warner vedrà i 165 milioni di budget, tanti, ma non troppi se si considera il genere, portare dei frutti. Quindi, prima di andare a vederlo sappiate che questo lungometraggio di 2 ore e 40 minuti copre circa la metà del romanzo da cui è tratto, Dune di Frank Herbert, primo del ciclo composto da sei volumi.

La storia ha inizio con l’allontanamento della famiglia Harkonnen di Arrakis, anche conosciuto come Dune, pianeta fondamentale per l’impero perché unico luogo in cui si produce la Spezia, sostanza irrinunciabile nei viaggi interstellari. Come nuovo feudatario di Arrakis viene scelto il conte Leto Atreides che, con tutto il suo casato, lascia il suo pianeta natale per spostarsi in un territorio inospitale dove Fremen, popolo nativo di Dune che vive nascosto ai margini della società, e Vermi del Deserto uccidono e, nell’improbabile caso di un loro fallimento, ci pensano il sole e il caldo a finire il lavoro. Presto però è chiaro che a rappresentare una minaccia per gli Atreides non è solo Arrakis, ma anche la famiglia Harkonnen, che vuole ottenere di nuovo il controllo del pianeta.

In questo primo capitolo di Dune, Denis Villeneuve si focalizza totalmente sulla costruzione del mondo creato da Herbert e sull’introduzione dei personaggi principali della storia. Non è una storia a metà e nemmeno un infinito prologo, ma un estensivo lavoro fatto per permettere allo spettatore di empatizzare con questi personaggi, la cui storia ha una portata quasi biblica e che il regista cerca di avvicinare emotivamente al pubblico, e comprendere effettivamente quali sono i pericoli che i protagonisti si ritroveranno ad affrontare e quanto rilevanti saranno le conseguenze delle loro azioni. Villeneuve affronta questo Dune come un artigiano che deve mettere insieme i complicati meccanismi di un orologio, in un modo che è più efficiente che ammaliante. É un gioco di sottrazione: pochi dialoghi, pochi scontri, poche effusioni, poche interazioni, anche all’interno di una casata, quella degli Atreides, in cui è chiara una forte coesione. Questo rigore finisce per giovare incredibilmente al film e, quando inevitabilmente l’ordine a cui Villeneuve ci ha abituato collassa, il caos e la violenza che ne nascono hanno un’inaudita capacità di sopraffare lo spettatore. E in quel momento il lavoro di caratterizzazione, impalpabile, ma meticoloso, ripaga e la preoccupazione per la sopravvivenza dei protagonisti non si attenua mai, anzi si finisce per sentirsi vulnerabili e storditi con loro.

Ad aiutare tantissimo in questo compito un cast chiaramente scelto con moltissima attenzione, perché in un film come questo, fatto di assimilazione, più che di reazione, basta davvero poco per allontanare lo spettatore dalla storia. Villeneuve ha scelto una storia pericolosa da raccontare, dove altri prima di lui erano crollati, ma è lungimirante abbastanza da circondarsi di attori che sono riusciti a dare un volto più che credibile ai personaggi di Herbert. A spiccare su di tutti sicuramente il duo formato da Timothée Chalamet, nei panni del protagonista Paul Atreides, e Rebecca Ferguson, in quelli di sua madre, la Bene Gesserit Jessica. Come in tutto il film, anche i loro dialoghi sono ridotti all’essenziale, ma c’è tutto un mondo dietro alla mancanza di parole: non solo i due comunicano con un codice fatto di gesti, ma tra di loro vi è un continuo gioco di sguardi, i cui significati finiscono spesso per essere impalpabili per gli spettatori.

A completare il tutto un reparto tecnico di tutto rispetto, con un lavoro di fotografia minuzioso e un montaggio che riesce con facilità ad impostare il ritmo di ogni scena. I costumi e le scenografie sono dei veri pezzi da museo e la scelta di girare in Giordania si è dimostrata vincente: il deserto diventa un predatore imponente e letale, un personaggio dotato di vita propria. A completare il tutto le musiche di Hans Zimmer, grande fan dei romanzi, che, per partecipare al progetto, ha interrotto temporaneamente la collaborazione con Christopher Nolan, rifiutando di lavorare alla colonna sonora di Tenet. Le sue musiche in Dune sono ricche e complesse, un esercizio di bravura, con il chiaro desiderio di creare qualcosa che veicolasse la bellezza, la fragilità e la pericolosità di Arrakis.

Dune è un lavoro di calibrazione, di attenzione maniacale, di spazi ampi e lunghi silenzi. É una storia di nobili e pària, di dura realtà e profezie epiche: un film in cui l’ordine prestabilito lascia spazio al caos e il presente si fa carico dell’angoscia del futuro, due ore e quaranta trascorse tra umano e arcano.

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