Attack of the Hollywood Clichés: tra amore a prima vista e scazzottate

Che di cliché nei film ce ne fossero tanti è cosa risaputa: li riconosciamo con facilità e, seppur talvolta adoriamo passare ore a criticarli, finiamo per gettarci tra le loro confortevoli braccia, sereni perché alla fine tutto si risolverà per il meglio per i nostri protagonisti. Non c’è nulla di vergognoso nella prevedibilità che questi schemi veicolano, specialmente quando non fa male a nessuno, ma questi cliché sono sempre così innocui?

Questa è una delle distinzioni su cui si concentra Attack of the Hollywood Clichés, arrivato su Netflix il 28 Settembre, che, in poco meno di un’ora, si prefigge di guidare lo spettatore attraverso 100 anni e più di luoghi comuni che coinvolgono la settima arte: dal montage che fa guadagnare minuti preziosi, al serial killer negli horror che punta sempre prima ai bad boys, fino agli inseguimenti in macchina che sfidano ogni legge della fisica.

Un po’ lezione di storia del cinema, un po’ riflessione ironica, un po’ critica doverosa; il documentario progredisce per macro-aree non troppo definite, cercando nessi tra i cliché affrontati per creare un unico discorso e, nel momento in cui ciò non è possibile, inserendo un Rob Lowe arguto, impertinente e decisamente sul pezzo a fare da collante al tutto.

A ritmo serrato si attraversa l’intero panorama cinematografico, da Assalto al Treno a Baby Driver, lasciando ad attori, critici e professionisti del settore la descrizione dei cliché del cinema. Alcuni sono decisamente esilaranti, come The Wilhelm Scream, che ci accompagna al cinema e in tv da 70 anni, o le scene di funerali in cui c’è sempre un personaggio che osserva tutto da lontano, imbronciato ed in penombra. Altri assumono connotazioni decisamente più discutibili ed esprimono una chiara superficialità nel rappresentare qualsiasi personaggio che non sia maschio, bianco ed etero. Basta pensare all’onnipresente, anche in tempi recenti, White Saviour o al suo capovolgimento: il Magical Negro, che resta problematico nonostante il fatto che Morgan Freeman abbia interpretato Dio.

Questi sono solo alcuni esempi dei cliché presi in considerazione; ne vengono esaminati davvero tantissimi e forse è qui l’origine dell’unico problema di Attack of the Hollywood clichés: la sua brevità. É divertente, stimolante, istruttivo, ma finisce fin troppo in fretta; resta in superficie, senza argomentare fino in fondo: una rapida parentesi che ci lascia col desiderio di vedere e sapere di più. Il tutto avrebbe funzionato meglio sviluppando diversi episodi, magari divisi per genere, permettendo davvero di andare in profondità.

Nonostante questo, però, il tono e il ritmo scelti per raccontare questi cliché, la grafica accattivante e i contributi di tutti i partecipanti hanno reso questo breve documentario spassoso e facile da seguire, ma allo stesso tempo ricco di spunti di riflessione.

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