I Mitchell contro le Macchine: dal road movie all’apocalittico è un soffio

Siamo i Mitchell: gli unici che possono salvare il mondo… Super, super scusa a tutti.

Ed è con questa premessa che la Sony, tra lo sconcerto generale, ha lanciato il guanto di sfida alla Disney con l’uscita su Netflix de I Mitchell contro le Macchine.

Dopo il successo di Spider-man: Into the Spider-Verse, capolavoro dopo anni di lungometraggi animati meh, tutti si chiedevano quando sarebbe arrivata la prossima stoccata della Sony, che sta facendo del sovvertimento del concetto classico di film d’animazione un marchio di fabbrica. Questo colpo a sorpresa porta la firma di Mike Rianda e Jeff Rowe, che alla Casa di Topolino avevano regalato il successo Gravity Fall.

La storia ha inizio con l’aspirante filmmaker Kate Mitchell che, alla vigilia del suo trasferimento in California per iniziare il college, si scontra clamorosamente con suo padre Rick, amante della natura e ostinato tecnofobo. Per riportare l’equilibrio in famiglia l’uomo decide di accompagnare la figlia dall’altro lato del paese in auto insieme alla moglie Linda, al piccolo Aaron e a Mochi, il Carlino di famiglia. Quello che però era iniziato come un road trip per appianare le divergenze, si trasforma presto in una lotta per la sopravvivenza quando un AI decide di sbarazzarsi dell’umanità utilizzando un esercito di robot.

I toni familiari della faida Boomer vs. Generation Z accompagneranno tutto il film, anche dopo che i Mitchell intraprenderanno il viaggio che li porterà dall’essere appena un gradino meno disfunzionali dei Simpson a cercare di salvare il mondo in pieno stile famiglia Parr de Gli Incredibili. Questa velata critica alla deriva della tecnologia non assume mai toni moralisti, ma è un elemento di conflitto ricorrente: crea problemi, ma offre anche soluzioni inaspettate e così anche il genere apocalittico, insieme a quello di animazione, prende una necessaria boccata d’aria fresca.

Così come Ready Player One pescava a piene mani dalla pop culture Anni’80 e ’90, così I Mitchell contro le Macchine si diverte a sguazzare nella Cybercultura, non limitandosi a darle un ruolo centrale nella trama, ma divertendosi ad inserirla anche nella forma: meme come se piovesse, collage digitali, video di babbuini su Youtube, sigle dalla dubbia origine e, per non farci mancare nulla, persino Mochi doppiato da Doug the Pug.

La novità del film non sta di certo nella trama, né tantomeno nel messaggio che si lascia dietro dopo i titoli di coda, ma nella capacità di presentare al pubblico una storia per nulla originale, donandole una freschezza che può essere ritrovata soltanto nel tono assurdo e paradossale scelto per raccontarla. Il tripudio di colori, filtri di gattini e le gag spesso in equilibrio precario sul limite del demenziale rendono I Mitchell contro le Macchine esilarante oltre le più rosee aspettative.

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