Raya e l’Ultimo Drago

Il 5 Marzo è approdato su Disney+, per coloro muniti di accesso Vip, un nuovissimo classico Disney: Raya e l’Ultimo Drago, che era atteso a Novembre in sala e che è stato poi rimandato a causa della pandemia.

Continua, dopo il successo di Oceania, la missione dello studio di creare opere che esplorino culture fino ad ora totalmente ignorate dall’animazione occidentale, ambientando Raya in un mondo fantastico, ma chiaramente ispirato ai paesaggi e ai miti del sud-est asiatico.

La storia si svolge in una terra chiamata Kumandra, resa prospera e rigogliosa dalla presenza dei draghi e della loro magia. Questo luogo idilliaco, però, è improvvisamente minacciato dai Drunn, mostri incorporei che attaccano abitanti e draghi trasformandoli in pietra. In un disperato tentativo di salvare Kumandra, l’ultimo drago rimasto, Sisu, dona agli uomini una gemma che annienta i Drunn e fa ritornare gli umani in carne ed ossa, lasciando però di pietra i draghi. Senza le magiche creature si ristabilisce un’armonia che è quantomeno precaria e Kumandra si divide in 5 territori ostili fra loro: Coda, Zanne, Dorso, Artiglio e Cuore. E di quest’ultimo che è originaria la protagonista Raya, figlia del sovrano Benja, che viene addestrata dal padre a proteggere la gemma, custodita dalla sua famiglia da 500 anni. L’equilibrio formatosi dopo la sparizione dei draghi, però, finisce per rompersi e i Drunn riappaiono dopo secoli, minacciando ciò che resta del mondo. Per fermarli Raya decide di mettersi sulle tracce di Sisu, l’ultimo drago, che, secondo le leggende, è ancora in vita.

La Disney preme ancora l’acceleratore sul reparto tecnico, che fa più faville del solito. Raya e l’Ultimo Drago è pochi combattimenti e molta esplorazione (del mondo e di sé stessi) ed è da questo immaginario che il film pesca senza remore: Indiana Jones, Guerre Stellari, Lara Croft si fondono per connotare visivamente il film e dargli, a tratti, un’impronta distintiva e lontana anni luce dal solito stile di regia dei classici Disney. L’attenzione per l’illuminazione rasenta il maniacale e, nonostante gli standard Pixar siano ancora lontani, Raya dimostra di saper eccellere nel creare ambientazioni variegate. É proprio il constatare il massiccio lavoro fatto su Kumandra a far risultare più ostica la decisione di rimanere fedeli allo stile di caratterizzazione dei personaggi di Moana e Frozen, perdendo l’ennesima occasione di sperimentare qualcosa di nuovo. Decisamente lontana dai canoni, invece, la scelta di non disseminare canzoni all’interno della storia, limitandosi ad esaltare al massimo la colonna sonora di James Howard che, non devo stare qui a specificarlo, fa un ottimo lavoro come sempre.

Azzardata, ma interessante, il numeroso mix di personaggi. La protagonista, Raya, ha il complesso dell’eroe, ma i suoi difetti permangono lungo la storia e non sono relegati ad un paio di minuti effimeri e che vengono superati alla stessa velocità con cui vengono introdotti. Anche Sisu, che ricopre un po’ il ruolo di moderno grillo parlante, si approccia al suo ruolo in maniera poco ampollosa, riuscendo ad intrecciare la morale del film con la trama in modo naturale. Aveva spunti interessanti, che invece hanno portato a pochi sbocchi, l’antagonista Namaari, che forse avrebbe avuto bisogno di un po’ più di spazio per poter esprimere al meglio il suo potenziale.

La sceneggiatura ha un’anima classica e questo non è necessariamente un difetto, anzi la prima metà del film fa uno straordinario lavoro nell’introdurre i personaggi e proporre un’avventura appassionante e ricca, che bilancia momenti di comicità e costruzione di rapporti tra i personaggi a scene d’azione dai tratti distintivi e con il giusto ritmo. La nota dolente arriva al giro di boa, quando la posta in gioco dovrebbe alzarsi , ma il ritmo impostato dalla narrazione non riesce a tenere il passo, finendo per proporre una successione di scene che non arrivano mai ad un vero e proprio climax e relegando un ultimo momento di brio soltanto negli ultimi minuti.

I piccoli difetti, però, non tolgono nulla ad un film che riesce a costruire un universo ricco, che vuole farsi esplorare e lavora su una morale, quella della fiducia come chiave per un futuro migliore che, seppur essenziale e a tratti ingenua, in realtà è ben più ancorata alla realtà di quanto si pensi ed è aperta a considerazioni decisamente meno semplicistiche.

P.S Consigliamo la versione in lingua originale anche solo per poter godere di Awkwafina e della sua Sisu.

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