Il Processo ai Chicago 7 – Recensione

A tre anni dal suo esordio dietro la macchina da presa con Molly’s Game, Aaron Sorkin torna al cinema (e su Netflix) con una storia altrettanto dibattuta, destinata, forse ben più di quanto il regista si sarebbe aspettato all’inizio del progetto, a far parlare di sé.

Perché se il genere scelto da Sorkin non stupisce, i legal drama sono dopotutto il suo pane quotidiano, e anche la storia che racconta, quella de Il Processo ai Chicago 7 è stata raccontata sul grande e piccolo schermo più volte; si può affermare senza troppi indugi che alcuni temi di attualità hanno reso il film ben più contemporaneo di quanto lo sarebbe stato lo scorso anno. E se pensate che ciò non abbia senso, aspettate che arrivi alla fine di questa recensione e possiamo riparlarne.

Siamo nel 1968. Gli attivisti Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Tom Hayden, Rennie Davis, David Dellinger, Lee Weiner, John Froines e Bobby Seale si preparano a protestare contro la guerra in Vietnam in occasione della Convention del Partito Democratico. Cinque mesi dopo, in seguito all’elezione di Richard Nixon alla presidenza, vengono arrestati con l’accusa di incitazione alla sommossa e da lì ha inizio un processo giudiziario e mediatico che, per citare Weiner, uno degli imputati di minor spicco, “[…] is the Academy Awards of protests and as far as I’m concerned it’s an honor just to be nominated.”.

E così, al grido di “The whole world is watching” ha inizio questo processo farsa che, è chiaro sin dall’entrata in aula del giudice, non avrà alcuna credibilità, ma solo l’incredibile capacità di indignare lo spettatore per le continue ingiustizie che è possibile condensare in poco più di due ore di film.

Sorkin, da esperto del genere, alterna scene in tribunale, a flashback sulle proteste e alcuni materiali d’archivio; ma il tutto risulta come un flusso omogeneo che, esclusi i primi minuti in cui si arranca nell’associare i tantissimi nomi ai tantissimi volti, procede in modo spedito e comprensibile anche per coloro che sono estranei alla vicenda narrata. É chiaro fin da subito che la storia è stata smussata e drammatizzata a dovere, per piegarsi agli standard narrativi che culmineranno con un finale che potremmo descrivere come “americano per antonomasia”; ma un approccio che scava meno a fondo su temi ed eventi storici ci sembra un prezzo giusto da pagare per un film in cui è ben evidente che l’equilibrio trovato da Sorkin non potrebbe essere migliore e da spettatori siamo più che contenti di lasciarci cullare dalla sua brillantemente eccessiva retorica.

Se Eddie Redmayne nei panni di Tom Hayden rappresenta al meglio il social drama e incarna l’animo riformista della sinistra; Sasha Baron Cohen e Jeremy Strong, rispettivamente Abbie Hoffman e Jerry Rubin, nonostante veicolino dei temi e delle idee egualmente importanti e siano i volti dei rivoluzionari, hanno anche il compito di fungere da comic relief e alleggerire quei momenti che rischiano di portare l’esasperazione degli spettatori oltre la soglia del sopportabile. In questo senso i due rappresentano la controparte perfetta del giudice Hoffman, interpretato da un Frank Langella, che riesce a veicolare magistralmente il bigottismo del personaggio.

Il Processo ai Chicago 7, arrivato a ridosso delle elezioni USA e nel mezzo delle proteste ancora in corso del movimento Black Lives Matter, è in questo momento e, a detta del regista, in maniera del tutto occasionale, più attuale che mai: la polizia che attacca i manifestanti, una figura di potere che abusa della sua autorità e la violenza vista come unica soluzione per comunicare il proprio disaccordo.

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