La Vita Straordinaria di David Copperfield

Gente, è con somma gioia che annunciamo che è finalmente arrivato il momento del film sopra le righe.

Ogni anno ce n’è uno, lo sapete voi e lo so anche io.

Quel film che parte da solide fondamenta, ma poi si addentra in luoghi inesplorati; quello che per spiegare la trama ad amici e conoscenti vari devi mettere in piedi una mappa concettuale, un quadrato aristotelico e una presentazione PowerPoint; quello che alla fine ti spinge a cercare su Wikipedia la trama perché sei sicuro di esserti perso qualcosa in mezzo a tutte quelle informazioni e  a quel sovraccarico sensoriale.

E, rullo di tamburi, quest’anno l’agognato titolo di film strano va a La Vita Straordinaria di David Copperfield diretto da Armando Iannucci.

Ora, nel caso vi foste imbattuti in Morto Stalin, se ne fa un altro (se non fosse questo il caso vi consigliamo caldamente di recuperare lo svantaggio) saprete sicuramente a che tipo di strano ci stiamo riferendo: quel costante alone di paradossale inserito in tutto ciò che è, fino a prova contraria, totalmente normale. Iannucci ritorna alla comicità eclettica e politicamente scorretta che è il suo tratto principale, ma dimostra di saperla riadattare in contesti differenti.

David Copperfield è una storia adattata per lo schermo molteplici volte e, questa versione, senza stravolgerne totalmente la trama, riesce a riconsegnarla al pubblico sotto vesti del tutto nuove ed inaspettate. La Storia Personale di David Copperfield non trae la sua comicità da azioni eclatanti e battutine sporadiche, ma si limita ad esasperare i tratti tipici dei suoi personaggi; ad evidenziarne la sagacia, l’ingenuità, il pessimismo e l’onestà e a farli poi scontrare tra loro. Resta la critica alla società vessatrice, ma il tutto è inserito in un contesto filmico che non prova neanche per un secondo ad essere realistico e che, a tratti, specialmente nelle scene bucoliche, sembra sfociare quasi nell’onirico.

Il film infonde nuova linfa alla rappresentazione degli outcast cari a Charles Dickens, e non solo per l’audace, ma totalmente riuscita, scelta di optare per un color-blind cast, che regala mille sorprese, tra cui spiccano Dev Patel incredibilmente a suo agio nei panni del goffo protagonista, e il duo esilarante composto da Hugh Laurie e Tilda Swinton. La Londra Post-Rivoluzione Industriale perde il suo grigiore, vista attraverso il filtro colorato e brillante dell’immaginazione del protagonista che sfocia, tra monologhi infiniti e flashback, quasi in uno stream of consciousness. Ottimista, esuberante, quasi fumettistico; il film è un flusso continuo di abiti sgargianti, uno dei punti di forza del film, dialoghi serrati e scelte stilistiche originali. Questa rielaborazione del romanzo ottocentesco è atipica e spregiudicata un punto di vista pop su una storia già raccontata più e più volte, che vanta una grande essenzialità a livello di trama e conserva tutta la stravaganza per la forma.

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