The Politician – Season 2. Payton Hobart contro i Boomers

Con una sorpresa inaspettata, ma decisamente piacevole, la season 2  di The Politician è arrivata su Netflix il 19 Giugno, con ben tre mesi di anticipo rispetto alla data che ci saremmo aspettati.

Ma dove ci eravamo lasciati? E cosa succede ora? Payton fa ancora chiacchierate con gente morta? E quante canzoni riusciranno a far cantare a Ben Platt in soli 7 episodi?

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Se ben ricordate, alla fine della season 1 di The Politician, Payton Hobart, dopo il fiasco delle elezioni del liceo, era entrato alla NYU e aveva detto basta alla politica. Ormai un alcolizzato borderline e pianista improvvisato in un bar, ha perso ogni ambizione  fino a quando i suoi amici, davvero preoccupati per lui, non gli propongono di candidarsi al Senato dello stato di New York.

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Payton decide così di opporsi a Dede Standish, senatrice affermata con troppi mandati alle spalle da poter contare, che sembra un colosso impossibile da superare. La donna però, oltre ad una campagna di rielezione inesistente, ha un gran bel segreto che i nuovi avversari sono pronti a sfruttare. Essì, perché Dede Standish è in un matrimonio a tre.

La season 2 dello show di Netflix riprende nello sprint finale della campagna, con i due candidati e i loro team pronti a qualsiasi cosa pur di vincere, anche fare carte false e tirare fuori qualsiasi scheletro dall’armadio; in una battaglia che prima di essere politica è, come viene sottolineato in continuazione, soprattutto generazionale.

Da un lato Dede, con i suoi risultati di 30 anni di carriera e i suoi elettori over 50 e dall’altro Payton con le sue promesse sulla salvaguardia dell’ambiente e la sua campagna social.

Ottime premesse, no?

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Ecco, purtroppo ci dispiace dire che il lupo perde il pelo, ma non il vizio e che molti dei problemi che abbiamo riscontrato nella prima stagione sono tornati rampanti e ruggenti anche in questa season 2.

La serie scorre. E scorre anche bene. Il binge-watching parte incontrollato e ci sono anche dei momenti belli, ricchi e dalle risate inarrestabili. Poi quei momenti passano e da spettatore ti rendi conto subito che erano soltanto fini a se stessi e non parte di una trama più ampia. Siamo davanti ad una serie continua di siparietti che non riescono a costruire una storia solida e che si concentra solo su alcuni dei personaggi, lasciando totalmente in disparte altri.

A soffrire di più sicuramente il team della campagna elettorale di Payton che, di nuovo, arrivano per sciorinare gli esiti dei sondaggi elettorali, sorbirsi le escandescenze del protagonista e compiere azioni dalla dubbia moralità ai fini della campagna, per poi sparire di nuovo chissà dove. Le uniche eccezioni sono Alice e Astrid, che si ritagliano uno spazio più ampio, e di MacAfee, che finalmente può provare al mondo il suo valore.

Alla fine, però sono le donne mature a prendersi tutte le luci della ribalta; in primis con il duo esilarante composto da Dede e il capo del suo staff, Hadassah, che raccolgono l’eredità femminista di Grace and Frankie e la trascinano nei meandri del politicamente scorretto con rossetto e tacco 12.

Insieme a loro anche Gwyneth Paltrow che, dopo una prima stagione sacrificata, interpreta una Georgina che si dedica alla politica, un po’ per ripicca e un po’ per noia.

E ha successo. Un po’ come Trump (anche se all’estremo opposto e con più charme), proprio perché completamente priva di ogni filtro e dalle idee dalle ripercussioni estreme, ma anche poco attuabili.

Altra parodia in scena è sicuramente quella in cui è stata incastrata Infinity Jackson che, diventata famosa in seguito alle vicende della prima stagione, ha scritto un libro e ora si dedica anima e corpo alla difesa del pianeta e portando il termine “ambientalista” ad un livello tutto nuovo. Nonostante condivida la lotta contro il cambiamento climatico e l’inquinamento con Payton, Infinity è l’incarnazione dell’idealismo puro, ancora non attaccato dalla pesantezza procedurale e disinteressato alle macchinazioni politiche necessarie per ottenere risultati.

Alla fine, in The Politician, è proprio la politica a passare in secondo piano. La serie si concentra sulla bussola morale di Payton, sullo scontro interiore tra l’etica delle società in cui vive e le regole della propria morale che è disposto a sacrificare per ottenere il risultato ambito.

La serie non è una cronaca della campagna elettorale del protagonista, ma 7 episodi incentrati su che tipo di politico Payton vuole diventare. Mentre la sua controparte deve decidere cosa sia disposta ancora a sacrificare a causa del politico che è diventata.

Ed è a questo punto che i parallelismi tra Payton e Dede, prevalgono sulle differenze. E questo acutizza ancora di più la questa spietata, per quanto surreale, descrizione della politica americana; che tra vizi e virtù è lo sfondo perfetto per le vicende personali dei protagonisti, senza però entrare mai nei particolari.

La scrittura sagace, la regia dinamica, un cast che mantiene alta l’attenzione e i costumi che si riconfermano tra i migliori mai visti per una serie tv ambientata ai giorni nostri; riescono a meraviglia a nascondere i difetti della serie sotto il tappeto e forse è proprio dietro questo trucco di magia che si nasconde la retorica migliore di The Politician.

P.S. Sì, Ben Platt canta.

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