I Classici Disney che dovreste davvero cominciare a riconsiderare

É passato quasi un secolo da quando il primo classico Disney è arrivato al cinema: era il 1937 e Biancaneve e i Sette Nani fu il film di maggiore incasso dell’anno, valse a Walt Disney un Oscar alla Carriera e, volente o nolente, cambiò per sempre il mondo dell’animazione. Da allora, i Walt Disney Animation Studios hanno distribuito un lungometraggio animato quasi ogni anno, arrivando a quota 58, nel 2019, con Frozen II.

La maggior parte di questi titoli sono stati campioni d’incassi e sono entrati di prepotenza nella cultura di massa, altri, per una serie di vicissitudini, sono finiti nell’angolo, quasi dimenticati e sicuramente non apprezzati come dovrebbero. Amelia, Giulia e Marika vi dicono di lasciar stare le principesse per un po’ e vi consigliano un po’ di titoli da recuperare ora che Disney+ ha preso il controllo delle nostre vite.

I consigli di Giulia:

IL PIANETA DEL TESORO

Uno dei pochi flop in casa Disney, questo film del 2002 è una rivisitazione in chiave fantascientifica de “L’Isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson. Messo in un angolo durante l’anno che ha visto l’arrivo al cinema di capolavori come “La Città Incantata” e “Spirit” e l’inizio di saghe come quella de “L’Era Glaciale” e in competizione con l’altro film dello studio “Lilo & Stitch“; resta comunque uno dei film Disney con le ambientazioni più originali mai realizzate.

Sono davvero poche le immagini che, negli anni, hanno tenuto il confronto con la nave R.L.S. Legacy che naviga nello spazio e nessun film è stato in grado di regalare il senso assoluto di libertà come quello che ci pervade mentre Jim sfreccia tra le stelle sulle note di ci sono anch’io. 

Celebrazione del concetto di wanderlust, ben prima che diventasse mainstream, è un inno a spingersi oltre i confini, a sfidare i costrutti sociali ed è un racconto di formazione che non diventerà mai obsoleto.

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LE FOLLIE DELL’IMPERATORE

Ultimo classico Disney ad essere distribuito, nel 2000, prima dell’introduzione della categoria Miglior Film D’Animazione agli Oscar; “Le Follie dell’Imperatore” fu uno di quei film su cui si dovette lavorare parecchio e che fu anche a rischio di essere messo da parte: partito come una storia decisamente seria, acquistò più comicità in fase già avanzata, mentre i creatori erano alla ricerca di idee per salvare il salvabile. Il film non fu un grandissimo successo, ma i toni rilassati aiutarono ad evitare un flop.

Ma al di là dei vari intoppi lungo il percorso, ciò che ne è venuto fuori è stato un film che crea comicità in un modo decisamente inaspettato e mai sperimentato dalla Disney: dalla voce fuori campo di Kuzco che si rivolge direttamente al pubblico, ai personaggi che rompono la quarta parete a Kronk che parla con gli scoiattoli e, in una scena che è tra i momenti altissimi del cinema d’animazione, si canta la sua colonna sonora come se fosse James Bond. Originale in tutto, dall’ambientazione al character design ad una palette colori così brillante da accecare; “Le Follie dell’Imperatore” rappresenta probabilmente l’apice della sperimentazione in uno studio d’animazione conosciuto per il suo approccio che, per quanto di qualità, resta tradizionale nello spirito.

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I consigli di Amelia:

RED E TOBY: NEMICIAMICI

Classico Disney del 1981 che racconta dell’impossibile rapporto di amicizia tra una volpe e un cane da caccia, sottolineato maggiormente nel titolo originario della pellicola “The Fox and the Hound” che, a differenza di quello tradotto in italiano, già enfatizza il loro ruolo di preda e predatore. Cartone che si potrebbe definire “maturo” e che necessiterebbe di essere visto in diverse fasi della propria vita, dato che solo crescendo si colgono alcuni messaggi che il film racchiude. E’ una storia molto profonda, che parla tra gli altri di un amore sconfinato che una padrona prova per la sua volpe e il dolore che sente nel doverla abbandonare per sempre, con la frase che da monologo diventa il testo di una canzone “Ricordo che… eri lì davanti a me. Guardandomi …pregandomi. Da quel tuo sguardo capii subito.. …che avevo anch’io bisogno di te…E’ triste dirsi addio. Io qui ti lascerò. Però nel cuore mio per sempre ti terrò”.

Interessante poi notare il cambiamento di atmosfera e tono durante il film, quasi a rappresentare due capitoli diversi di una vita: dall’allegro e spensierato nel raccontare la loro giovinezza a crudele e quasi inquietante nel ritrarre la vita che ad entrambi il mondo riserva, arrivando progressivamente a ricadere nell’horror quando i due ex amici si affrontano da adulti. Da notare il richiamo al tema della morte, che quasi coglie entrambi, simboleggiata dall’attacco di un’enorme orso bruno con gli occhi iniettati di sangue. Sottolineo che questo film è tratto dall’omonimo libro ” The Fox and The Hound di Daniel Pratt Mannix, che è ancora più crudo, quasi orrorifico.

Un film che non ha ricevuto il giusto apprezzamento, forse per la sua lentezza, forse per i temi e le immagini troppo forti per un bambino. Comunque è un lungometraggio che va visto e su cui bisogna riflettere per comprendere come la vita dia tanto, ma tolga molto.

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KODA FRATELLO ORSO

44° Classico Disney, uscito nel 2003, che parla di tre fratelli vissuti durante l’era glaciale. Una storia piena di poesia e di esoterismo nel ritrarre il mondo dei morti/spiriti che sempre ci guardano da lassù, riprendendo temi già visti ne “ll Re leone”.

Anche qui sarebbe necessaria più di una visione per comprendere tema della famiglia, già dalla citazione frequente dell’attaccamento alla Madre Terra, creatrice di tutto e protettrice degli essere viventi, al ricordare il legame che unisce le creature in tutte le canzoni del film: “Noi siamo la tua famiglia, fratello sorella e figlia”, ” fratello orso ascoltami, perdonami se puoi”,“ricordati chi se ne è andato e non è più fra noi”, ” il mio cammino mi porta via, ritroverò casa mia”, “siamo tutti uguali e vuol dire che, ogni uomo è forte solamente perché ha un fratello accanto a se”. Questo è il tema fondamentale del film, che viene continuamente esaltato.

Gli spiriti che ci conducono verso il nostro destino, mediante un totem, sono ancora un simbolo di famiglia, unione. Non siamo mai soli e loro più di tutti ci aiutano ad essere ciò che siamo: come Sitka che ha protetto i fratelli da vivo, sempre li proteggerà sotto forma di aquila, Dehani che ha abbandonato la sua parte fanciullesca, per seguire la mente e diventare saggio a Kenai che seguendo il cuore capisce la sua strada.

Questo è un film che più di altri insegna l‘Amore, quello vero, per la propria famiglia, per gli altri e per la natura, quello che ci aiuta a condividere e che ci fa rispettare gli altri per quello che sono.

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I consigli di Marika:

OLIVER & CO.

Il 1985 fu un anno strano per la Disney, che brancolava maldestramente nel buio, in cerca della propria strada. Tra le varie idee per nuovi lungometraggi, Pete Young propose una versione di Oliver Twist, con protagonisti cani e gatti. Ne nacque un film dal sapore diverso, contemporaneo, ambientato in una vitale metropoli e che prendeva molto poco dal soggetto originario di Dickens. 

Oliver diventa un gattino, sballottato dalla vita tra i bassifondi e i quartieri alti della New York degli anni ‘80; Dodger e la sua banda sono invece un gruppo di cani, che si ritrovano a prendersi cura contemporaneamente del loro padrone squattrinato, Fagin, e dello sfortunato micio.  La sceneggiatura legava splendidamente le diverse storyline.

Don Blunth, il regista, aveva già diretto tantissimi film animati con animali come protagonisti (basti pensare a Fievel sbarca in America, o Charlie – Anche i cani vanno in paradiso), ma “Oliver & Co.” riesce a mantenere un sapore del tutto unico e fresco e viene caratterizzato da una recitazione fedele alla natura animalesca dei suoi protagonisti ed un umorismo più pacato ed arguto.

L’animazione diventa un mix tra il graffiante e lo sbalorditivo, quasi a rispecchiare la stessa New York. Questo perché tra lo staff di produzione troviamo individui come Mark Henn (futuro papà di Mulan, Tiana ed Elsa) e Glen Keane, animatore destinato a cambiare per sempre la storia dell’animazione, a cui viene affidata l’espressivissima Georgette. 

Espressivo, colorato e trendy, questo lungometraggio, quasi ormai ignorato, ebbe anche il merito di riportare la Disney sul fruttuoso filone dei musical animati (farà da apripista a La Sirenetta; si, dovete ringraziare un micio spelacchiato per Come vorrei e In fondo al mar. Prego, non c’è di che).

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TARZAN

Se il precedente segnò il prologo, Tarzan fu invece la chiusura del Rinascimento.
Con l’uscita di questa pellicola, nel 1999, si avviò la fine di un’era che ormai risultava stretta, ovvero quella dei Classici Disney.

I Classici avevano come obiettivo quello di essere universalmente noti, adatti al più vasto pubblico possibile, di qualunque età e in qualunque parte del mondo. Dieci anni di Rinascimento avevano ben codificato le caratteristiche da soddisfare: evitare scenari troppo contemporanei, per rendere il film meno prosaico possibile; trattare solo grandi temi universali, facilmente assimilabili dai più piccoli, ma abbastanza aulici da catturare il consenso degli adulti; ed ultime, ma non per importanza, canzoni.
Canzoni ovunque, capace di oliare i meccanismi narrativi.

E Tarzan rispettò tutte le richieste: ambientato in una giungla nel cuore dell’Africa, tratta tematiche universali come l’accettazione, la diversità e senso di appartenenza, il tutto condito con le note di Phil Collins.

Tralasciando il comparto visivo, assolutamente straordinario, non solo nell’espressività, ma anche nell’utilizzo innovativo di software come deep canvas (che permetteva la creazione di scenari tridimensionali, pur conservandone l’aspetto pittorico, dando vita a vere e proprie acrobazie con la camera – che successivamente faranno comodo anche ad Atlantis e Il pianeta del tesoro-); una ulteriore novità viene appunto presentata sul piano musicale.

Collins, infatti, propose di non far cantare direttamente i personaggi, segnando un profondo distacco dall’ idea tipica di musical. La colonna sonora di tutta la pellicola verrà cantata da Collins stesso in più lingue, dando vita a delle canzoni fuori da qualunque schema di paragone, come “Al di fuori di me” (“Strangers Like Me”), “Figlio di un uomo” (“Son of Man”) e “Sei dentro me” (“You’ll Be in My Heart”). Quest’ultima, che Collins scrisse come ninna nanna per la figlia Lily, si aggiudicherà anche un Oscar ed un Globe come miglior canzone originale.

Insomma, Tarzan è un film unico, che crea traumi più profondi della mamma di Bambi, ma ti fa anche venir voglia di pattinare sui tronchi e fare l’altalena con le liane.
Tutta un’altra infanzia, ragazzi.

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