Il Diritto di Opporsi e il fallimento del cinema d’impegno civile

Ed ecco che torna in Italia, a distanza di un anno da Green Book che si è poi accaparrato un Oscar al Miglior Film, il cinema d’impegno civile a stelle e strisce con “Il Diritto di Opporsi”. Il lungometraggio, basato su una storia vera, è ambientato in Alabama, negli Anni’90 e vede come protagonista un avvocato, Bryan Stevenson, deciso ad aiutare Walter, un afro-americano condannato ingiustamente alla pena capitale e che aspetta l’esecuzione nel braccio della morte.

Già leggendo queste poche righe sulla trama ci rendiamo conto che siamo davanti a dinamiche già viste e riviste e ad una tipologia di racconto già adattata per il grande schermo decine di volte. Le intenzioni del film sono certamente condivisibili e il racconto è una vicenda realmente accaduta da far accapponare la pelle, ma questo non basta a far brillare “Il Diritto di Opporsi”. Naturalmente è importante sottolineare le implicazioni delle lotte di classe e del razzismo che permea il sistema giudiziario americano (con i suoi innumerevoli difetti, tra cui la persistenza della pena di morte in alcuni stati) ma ciò non toglie che incastrare gli attori afro-americani negli stessi film sicuramente non aiuta la diversificazione e l’apertura a nuove storie. É probabilmente questo il primo difetto de “Il Diritto di Opporsi” che, una volta ridotta la trama al minimo, è un insieme di presupposti che non aggiungono nulla di nuovo ad un genere saturo ed ormai esausto e alla fine quello che ne viene fuori è un film che si concentra più sul patetismo che su un messaggio socio-politico.

Anche l’interpretazione dei due protagonisti, Michael B. Jordan e Jamie Foxx, risulta rigida, quasi come se i due stessero recitando un monologo dopo l’altro invece che essere fluidi nelle movenze e nei dialoghi. Nel film loro proclamano le parole di questi due uomini, invece che essere o interpretare Bryan e Walter. Da spettatore si ha l’impressione di essere davanti ad un comizio con questi due uomini che sembrano a stento comunicare tra di loro e che calcano la mano su ogni parola, enfatizzano ogni gesto e portano all’estremo ogni reazione.

Anche a livello tecnico il film è senza infamia e senza lode. Il montaggio è altalenante all’inizio, si regolarizza andando avanti, ma la storia manca di un flusso continuo che permetta allo spettatore di cedere alla sospensione dell’incredulità. Le musiche e i voice over risultano spesso fuori contesto e creano confusione.

Ma il problema maggiore resta la sceneggiatura, che è forse si è concentrata più sul raccontare una storia vera, che creare un film con una struttura efficiente: i dialoghi risultano costruiti e i confronti fra i personaggi forzate. E, visto che in questo caso ci troviamo ad analizzare interazioni davvero avvenute, è importante far notare che molto spesso i dialoghi che sembrano funzionare nella realtà non hanno lo stesso effetto sugli spettatori di un film.

Il Diritto di Opporsi voleva chiaramente emulare il successo di film come Moonlight, Se la Strada Potesse Parlare e Green Book, ma più che raccogliere i pregi di questi film si limita ad assimilarne i difetti.

2 pensieri su “Il Diritto di Opporsi e il fallimento del cinema d’impegno civile

    1. La storia potrebbe anche piacere ad alcuni, ma la recitazione è stata davvero pessima per me. E mi spiace dirlo perché sono due attori che mi piacciono molto di solito.

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