Ad Astra: un futuro non poi così lontano – Spoiler

Tra i tanti film che ci eravamo premessi di recuperare sicuramente spicca “Ad Astra”, lungometraggio diretto da James Grey e presentato all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e visto che ormai è passato un po’ dalla sua uscita, ci permettiamo di fare qualche considerazione un po’ più approfondita sulla trama.

All’inizio del film vediamo la Terra sull’orlo del baratro in seguito ad una serie di picchi di energia che continuano a provocare una serie di gravi incidenti. Uno dei sopravvissuti di questi eventi è il maggiore Roy McBride, un astronauta che lavora per il Comando Spaziale Statunitense, la SpaceCom. Convocato dai suoi superiori, scopre che l’origine di queste vere e proprie onde di energia potrebbe essere una base spaziale della SpaceCom in prossimità di Nettuno. In quest’area del Sistema Solare, infatti, si erano perse le tracce, sedici anni prima, del Progetto LIMA, partito alla ricerca di forme di vita intelligenti. A capo di questo progetto c’è proprio il padre di McBride, Clifford, astronauta più famoso di sempre. Credendo che Clifford sia ancora vivo, la SpaceCom vuole inviare McBride nella loro base sotterranea su Marte, sperando che l’uomo spinga il padre a rimettersi in contatto dopo tutti questi anni.

Naturalmente è ben chiaro che questo non è che l’ultimo di una serie di film incentrato su delle avventure nello spazio (Gravity, Interstellar, First Man), ma è sicuramente da sottolineare quell’inizio con il testo “in un futuro non lontano”.

Poche parole, che però finiscono per influenzare moltissimo il film, sia in maniera positiva che negativa. Poiché è un futuro relativamente vicino, il film è pieno di interazioni ed azioni che per noi sono totalmente credibili: i cellulari sono tecnologicamente avanzati, ma non troppo; i viaggi sulla Luna sono ormai anche commerciali, realtà che sappiamo non è più così lontana e la stazione di arrivo per questi viaggi spaziali sulla Luna non è poi così diversa da un nostro aeroporto. Questi elementi, all’inizio del film, ci aiutano ad entrare velocemente nella narrativa del film, senza porci troppe domande ed accettando di buon grado ciò che vediamo.

Purtroppo, andando avanti nel film, questo “futuro non lontano” comincia ad essere presto un problema: cominciamo presto a farci domande e chiederci come sia possibile che accadano determinate cose. A meno di un’ora dall’inizio i dubbi di natura scientifica ci attanagliano e la scena in cui il nostro protagonista è inseguita dai “Pirati della Luna” sembra totalmente fuori contesto e rubata ad un film di Star Wars. Più si va avanti e più questi dubbi aumentano e la sospensione dell’incredulità viene spesso compromessa.

Questo incerto “futuro non lontano” non è l’unico elemento che allontana lo spettatore dalla storia però. I momenti, specialmente quelli fondamentali per mandare avanti la storia, sono spesso mal costruiti, non dando allo spettatore abbastanza tempo per elaborare informazioni o proponendo soluzioni che sembrerebbero assurde a chiunque. Basta pensare alla scena delle scimmie, che improvvisamente attaccano il protagonista ed un secondo astronauta: sì, era stato ampiamente spiegato che la stazione spaziale in cui si stanno recando è una base di ricerca biomedica e che sicuramente qualcosa di orribile è successo al suo interno, ma questo improvviso attacco da parte di due babbuini inferociti, spuntati da chissà dove è così assurda da far ridere la maggior parte della sala.

Stessa reazione nel momento in cui McBride riesce, senza particolari ostacoli, a salire su una navicella spaziale, con meno sforzi di quelli che servono per salire su un treno senza biglietto. La scena, che avrebbe probabilmente funzionato senza problemi in un classico sci-fi, è invece completamente paradossale in questo contesto e per nulla convincente.

Altro problema rappresentano questi continui voice-over. All’inizio sentire la voce del protagonista ci aiuta a comprenderlo meglio e a definire meglio ciò che stiamo vedendo, ma più si va avanti più questa voce interiore viene utilizzata per spiegare ciò che le immagini non riescono a fare: diciamo che concludere il film con il protagonista che ci spiega il finale, dandoci la chiave di lettura del film non è proprio il massimo.

In generale la storia manca di mordente e non è stata prestata abbastanza attenzione alla sceneggiatura che in certi punti cade a pezzi, lasciandoci con un film che non ci fa mai temere, neanche per un secondo, per le sorti del protagonista e ci confonde in continuazione.

Siamo davanti ad un film di avventura, che voleva presentarci un protagonista atipico ed inserire dinamiche da film d’autore; ma tutte queste idee non vengono ben calibrate e ne viene fuori un pasticcio: le scene d’azione sembrano provenire da altri generi, la parte d’autore è solo un mix di voice-over e una sequenza che arriva quasi alla fine in cui il regista ci tiene proprio a farci capire che nel suo film lo spazio, e la solitudine che comporta, fa impazzire l’uomo. Tutto ciò portato avanti da un protagonista che vanta questa estrema calma e compostezza e con cui ci è davvero difficile empatizzare.

Nonostante una trama altalenante, però, un enorme plauso va alla fotografia, che è probabilmente la parte più piacevole del film e anche quella che si prende più rischi, con delle scene girate davvero in maniera magistrale, che tolgono davvero il fiato.

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