Il Re Leone, ma più National Geographic

Ci ho messo una settimana ad andare al cinema perché mi sono dovuta fare coraggio.

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Mi sono dovuta fare coraggio e scalare quella parete rocciosa di scetticismo, attraversare il mare di recensioni per nulla positive e affrontare la mia avversione per questo live-action dal momento in cui è apparso sulla line-up Disney.

Perché se già i live-action in generale per me rappresentano il culmine della moria di idee in casa Disney, la decisione di farne uno su Il Re Leone mi è suonata come una barzelletta, nonostante il continuo precisare che il film non è un live-action effettivo ma “un’animazione fotorealistica generata al computer”.

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Ma prendiamo questa spiegazione per buona e affrontiamo questa recensione nel modo meno soggettivo possibile (fallirò, sappiatelo).

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Cominciamo dalla storia, che non penso di dover stare qui a ripetere nella sua interezza. Basata sull’Amleto di Shakespeare, questo remake de Il Re Leone rimette in scena, pari pari, con un numero di alterazioni che possono essere contate sulle dita di una mano, la versione originale del cartone del 1994. Tutto è meticolosamente replicato e la sceneggiatura originale è seguita come una Bibbia, dialogo per dialogo. L’unico brizzo di originalità arriva nei dialoghi di Timon e Pumba, alterati per necessità più che per brio creativo e dei nuovi inserti su Nala e Sarabi e Shenzi, per renderle personaggi più caratterizzati e inserire un po’ di girl power nella produzione.

Muovendoci sul cast è possibile fare un paio di considerazioni sia sulla versione internazionale, che su quella italiana, che paradossalmente funziona molto di più. Il duo Timon e Punba (doppiato in italiano da Eduardo Leo e Stefano Fresi e in inglese da Billy Eichner e Seth Rogen) ha rappresentato la parte migliore del film in entrambe le versioni, con tempi comici convincenti e un ottima nuova versione di Hakuna Matata. E quei 45 secondi di “The Lion Sleeps Tonight” sono stati il culmine di questi 118 minuti di film. Vederla è valso i soldi del biglietto. Mi sono spanzata dalle risate. Momento altissimo. Sipario.

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Anche gli eredi di Scar (Chiwetel Ejiofor e Massimo Popolizio) hanno fatto un ottimo lavoro: la decisione di tagliare Be Prepared/Sarò Re mi è particolarmente avversa e ho inveito in due lingue per parecchi minuti dopo averla sentita la prima volta, ma con quel poco che è rimasto hanno fatto un lavoro magistrale e i cambiamenti nell’arrangiamento (negherò di averlo scritto) sono stati davvero interessanti e hanno dato alla canzone una venatura più creepy del solito. Cioè il coretto delle iene alla fine. 10 punti a Grifondoro.

Il Zazu di John Oliver è stato straordinario, un po’ meno quello di Emiliano Coltorti, ma mi è mancata tanto “ho tante noci di cocco”. Per Mufasa, gli americani hanno potuto avere di nuovo, a distanza di 25 anni, James Earl Jones. Come ben saprete noi non siamo stati altrettanto fortunati, ma Luca Ward è un degno sostituto di Vittorio Gassman.

Anche i piccoli Simba e Nala hanno fatto un ottimo lavoro con I Just Can’t Wait To Be King/Voglio Diventar Presto un Re ( e Disney Italia non pensare che non mi sia accorta del riciclo del doppiatore di Miguel in Coco).

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La nota dolente arriva quando si arriva agli adulti. Sì, perché non avrei mai pensato di dirlo: nella versione italiana ci salviamo. Cioè non benissimo, ma bene.

Ma nella versione inglese, non tanto Donald Glover che è passabile, ma il doppiaggio non è proprio cosa da Beyonce. Cioè non mi fraintendete, lei è una bravissima cantante, ha una bellissima voce, ma questo non basta per dare tridimensionalità ad un personaggio. Nala mancava di interpretazione: era semplicemente un leone fatto al computer con tecnica fotorealistica con la voce di Beyonce, niente brividi lungo la schiena durante Can You Feel the Love Tonight. Era il deserto delle emozioni. Cioè io ci devo credere che l’amore è nell’aria stasera oppure no? Altrimenti me ne vado a fare due passi con Timon e Pumba e ciao. E un volteggiare di lucine intorno ai due piccioncino non aiuta.

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Ma la colpa della mancanza di espressività non è solo da attribuire al doppiaggio, ma è un problema della scelta del fotorealismo in sè. Sì certo, siamo davanti a quello che sembra un documentario del National Geographic, ma questo ha limitato incredibilmente il range di espressioni che gli animatori hanno potuto attribuire a dei leoni che sembrano veri. Da spettatori non riusciamo a leggere sul loro viso le stesse emozioni che era possibile percepire nella versione originale e questo riduce parecchio la potenza delle scene che dovrebbero scatenare in noi una reazione.

Mufasa muore in modo orribile?

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Rafiki dice a Simba “”Mufasa vive in te”?

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Simba diventa re?

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Certo, Rafiki è il babbuino più carino che io abbia mai visto e non ho mai voluto strapazzare tanto di coccole un leoncino in vita mia, ma tutto ciò non serve a molto se poi tutto è imbrigliato da uno stile registico documentaristico, che evita primi piani per evitare di focalizzare l’attenzione su delle espressioni facciali destinate a sembrare o innaturali o non abbastanza convincenti. Cioè alla fine quando cantano non hanno neanche potuto animare i musi, perché vi immaginate le zanne sguainate negli assoli di Can You Feel The Love Tonight?

In aiuto a delle immagini poco convincenti, ad esclusione di Scar che in questa versione ha trovato la sua forma migliore, tornano le musiche di Hans Zimmer a salvare la situazione. Sono state le canzoni e le melodie tanto familiari ad ancorare alla storia e ad accompagnare i momenti migliori del film. E quando parlo di Hans Zimmer mi riferisco alle musiche originali (leggerlmente riarrangiate in alcuni casi) più che ai nuovi singoli scritti per il film, con la nuova canzone di Beyonce azzeccata a forza in 30 secondi del film. 30 secondi scelti puramente a caso.

In conclusione, il più grande pregio del film, il suo accentuato fotorealismo, è anche il suo più grande difetto, costruendo una barriera invisibile tra i personaggi e le loro vicende e lo spettatore; che non ha mai la possibilità di avvicinarsi abbastanza da provare empatia. Il film apre sicuramente una nuova frontiera nel mondo degli effetti speciali: tutto è ormai possibile, ma decisamente impersonale.

P.S ultima nota ignorante, ma come fai un remake de Il Re Leone senza Timon che balla la hula? Mah.

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