ROMA- quando un film è troppo bello per avere cose da dire (NO Spoiler)

Dopo Chiamami col Tuo Nome, ROMA era il film del 2018 che aspettavo di più.  Nonostante il fatto che, quando sono cominciate a trapelare le prime notizie sul progetto, l’unico elemento di cui si era a conoscenza era che sarebbe stato girato in Messico (cosa che non accadeva dai tempi di Y tu mamá también) e che avrebbe parlato di una famiglia negli anni’70. Un po’ poco con cui andare avanti, ma mi dichiaro ufficialmente di parte e ammetto che quando leggo Cuarón mi sciolgo come un cornetto Algida a Ferragosto.

Poi a Cuarón piace fare il burlone e pubblica il primo teaser a Luglio, in cui l’unica cosa che si vede è un pavimento che viene lavato, tutto cinematograficamente bellissimo, ma comunque di utilità narrativa pari a zero e un attimo la voglia di gridare ti viene, ma l’attesa è stata largamente ripagata.

Perché, devo urlarlo al mondo da adesso, SIGNORE E SIGNORI CHE FILM! ALTISSIMO, PURISSIMO, LEVISSIMO, BELLISSIMO, che ve lo dico da ora, OSCAR ASSICURATO, almeno per Miglior Film Straniero e forse Miglior Regia, poi magari la nomination a Miglior Film arriva e facciamo questa cosa bellissima che nel giro di 5 anni tutti e 3 i Los Caballeros del Cinema Messicano vincono Miglior Film e a quel punto vai di tequila per festeggiare.

La trama è semplice: ci limitiamo ad osservare una famiglia messicana negli anni’70. La protagonista è Cleo, una cameriera presso una famiglia borghese messicana, seguiamo la sua vita e attraverso i suoi occhi vediamo quella della famiglia per cui lavora. Di più è onestamente inutile dire, perché a scriverlo tutto sembrerebbe incredibilmente noioso. ROMA è uno di quei film che bisogna vedere per capire.

Per quanto riguarda il reparto tecnico, il tutto si può ridurre ad una sola persona: Alfonso. Si perché in un guizzo molto alla Kubrick, ha deciso di fare tutto lui: Cuarón produce, scrive, dirige, monta e si è fatto pure la fotografia; che se Roma verrà portato avanti nelle categorie tecniche, durante la stagione premi alla fine non saprà più dove metterle le statuette. La scelta del bianco e nero è perfetta, complementa la storia e dopo aver visto il film sembra impossibile immaginarlo a colori. La fotografia lascia senza fiato, un lavoro incredibilmente minuzioso, che non lascia al caso neanche un dettaglio: sicuramente uno dei film visivamente più belli dell’anno.

Non essendo esattamente esperte di cinema messicano è difficile identificare il cast, quindi non sappiamo se siano tutti attori professionisti; ma tutti, considerando che si tratta di un film decisamente corale, hanno animato il film in maniera eccezionale, una macchina ben oleata in grado di ritrarre al meglio le dinamiche familiari. Una cosa non facile se si considera quanto sia personale il progetto per il regista, che qui mette in scena la sua storia più autobiografica. Tutte le scene esterne sono state, infatti, girate nella strada in cui Cuarón è cresciuto e ci sono tantissimi riferimenti alla sua infanzia.

Portare avanti un progetto così personale non è mai semplice, perché il rischio di non riuscire a distaccarsi da quello che si sta raccontando è alto; ma Cuarón è stato molto ingegnoso (consciamente o no). Prima di tutto non ha scelto come protagonista un bambino (che sarebbe soltanto diventato un pupazzo del regista stesso) ma ha preso da esempio la sua balia: in un film che è a metà tra un salto nel passato e una considerazione sulla classe sociale, con la continua contrapposizione della vita della cameriera Cleo e quella della famiglia borghese per cui lavora.

Siamo davanti ad uno di quei prodotti senza filtri, che non nasconde la storia dietro l’artificio filmico, confermando Cuarón come uno dei registi migliori di questa generazione, in grado di rappresentare ogni cosa con crudo realismo, ma allo stesso tempo con un alone di fragilità che permea ogni cosa.

Uno strano contrasto che rende tutto il film un’esperienza da assaporare minuto dopo minuto, in un crescendo che fa sorridere, piangere e sbarrare gli occhi e alla fine, ti ritrovi ad annaspare alla ricerca d’aria, senza neanche esserti accorta di aver trattenuto il fiato così a lungo.

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