Hero Mask – perché quando ti prende, la fissa per gli anime è senza controllo

Adesso me lo ricordo il motivo per cui avevo smesso di guardare anime.

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Adesso mi ricordo perché ogni volta che ricado nel circolo vizioso della visione compulsiva di anime ne esco spompata, che quasi mi sale lo schifo e il desiderio irrefrenabile di non sentire più un opening in giapponese per il resto dei miei giorni.

Poi però i mesi passano, i trailer fioccano ed io dimentico tutta la spirale discendente sopra citata ed eccomi qua.

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Per inciso Hero Mask non è il titolo galeotto del mio ritorno all’animazione nipponica; ma dopo aver finito A.I.C.O. Incarnation in 3 serate, non sono più riuscita a fermarmi e quindi il nuovo lavoro dello Studio Pierrot sviluppato per Netflix, arrivato sulla piattaforma il 3 Dicembre, l’ho trangugiato in 2 giorni, che un po’ mi faccio schifo da sola.

La serie, ambientata in una Londra super hi-tech, segue il lavoro dell’ispettore James Blood, che indaga sulla morte sospetta di un procuratore in relazione ad un misterioso progetto di un’azienda dalla dubbia moralità.

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La trama è un po’ altalenante: episodi interi al cardiopalma, in un vorticare continuo di avvenimenti decisivi e informazioni fondamentali che si contrappongono ad infiniti segmenti di nulla assoluto. La storia si sviluppa bene nei primi 10 episodi, creando dei presupposti interessanti, che però arrivano ad una risoluzione troppo in fretta, senza regalare allo spettatore molte soddisfazioni. É chiarissimo l’intento di sviluppare una seconda stagione, motivo principale per cui così tante domande sembrano restare senza risposta (o almeno senza una risposta completa) e molte backstory, che hanno dato l’impressione di essere davvero interessanti, restano, purtroppo, un mistero. Questa decisione porta ad empatizzare di meno con i personaggi: il protagonista, James, sembra un bravo ragazzo, che probabilmente ne ha passate tante, ci sta pure simpatico con quell’aria sbarazzina e questo inesistente istinto di sopravvivenza che gli fa fare cose prima di pensare; ma avrebbe acquisito molta più tridimensionalità se avessimo capito da dove arriva e come è diventato quello che è.

E questo porta al secondo problema: i rapporti intrapersonali sono deboli, queste connessioni tra i vari protagonisti ci vengono suggerite da piccoli elementi, ma non bastano per soddisfare la nostra curiosità e creare una situazione credibile.

Molto interessante la decisione di ambientare il tutto a Londra; nonostante la scelta implichi poche difficoltà per uno studio come il Pierrot, che ha effettivamente prodotto alcuni degli anime di maggior successo degli ultimi anni (sono quelli di Naruto gente). Naturalmente è possibile anche che, vista la collaborazione con Netflix, la piattaforma abbia chiesto una location più “internazionale” e quindi spinto per ambientare il tutto fuori dai confini nipponici. La scelta però ha dato ottimi frutti: i dettagli sono stati curati in modo davvero straordinario e ogni persona passata per Londra riconoscerà qualche scorcio. Abbastanza evidente anche l’attenzione per il character design: i personaggi si vestono, camminano, si muovono in modo decisamente distintivo, non siamo davanti alla solita accozzaglia di uniformi scolastiche e jeans e maglietta.

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E la sigla, signori, la sigla. Che dire bella è dire poco. GENIALE. Che quando l’ho vista la prima volta ho pensato che se l’anime fosse stato bello la metà dell’opening c’era già da essere più che soddisfatti.

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In conclusion: i problemi relativi alla trama ci fanno pensare che la serie avrebbe beneficiato di qualche episodio in più per potersi ulteriormente evolvere e creare un prodotto più completo. Ma la storia è un thriller interessante, che riesce a catturare lo spettatore (lo ripeto, bingewatching di 2 giorni) con una storia non originalissima, ma con spunti interessanti, elementi high-tech incredibilmente dettagliati e i presupposti per una seconda stagione che sto già aspettando. Mi raccomando Netflix, non mi deludere e rinnova.

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