First Man o come Ryan Gosling riproverà a vincere l’Oscar

Questa recensione comincia con un dubbio, un dubbio esistenziale che ci portiamo avanti dal giorno in cui il film è stato presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e oggi, dopo 2 mesi, è il momento di condividerlo col mondo questo dubbio: Cara Universal, era proprio necessario avere come titolo italiano First Man- Il primo uomo? Cioè se vuoi mettere il sottotitolo almeno abbi la decenza di inventare qualcosa, non lo so “La Spaziale vita di Neil Armstrong” o “L’uomo dietro l’Apollo 11” o qualsiasi altro mix di parole che non sia la traduzione letterale del titolo internazionale, suvvia. Fin troppo ridondante!

Comunque torniamo a Damien noi. First Man (il primo uomo non apparirà mai più nel testo, perché nella nostra redazione ci si può rifiutare di usare titoli italiani se reputati non degni) è basato sul libro First Man: The Life of Neil A. Armstrong. Con questo terzo film, Chazelle abbandona definitivamente le sponde del cinema indipendente (ma non troppo) e approda in quel mare abitato da squali che sono i blockbuster.

Non ci dilungheremo troppo sulla trama, ma ci limiteremo a dire che il film si concentra sulla vita di Armstrong tra il 1962 e il 1969, anno del lancio dell’Apollo 11. Nonostante si parli moltissimo del suo lavoro alla NASA, gran parte del film è dedicato alla relazione con la sua famiglia, specialmente sua moglie Janet, e con i suoi colleghi del programma spaziale, allo stesso tempo amici e rivali.

La trama non è sviluppata male, progredisce in maniera abbastanza ordinaria, ma non ci cattura mai del tutto. Il problema non è legato al fatto che la sceneggiatura manca di mordente ma, più che altro, sono le tempistiche ad essere sballate. Il momento di pathos più potente si abbatte su di noi all’inizio del film e nei restanti 130 minuti, niente riesce ad eguagliare quell’attimo. Di conseguenza tutto il resto della pellicola appare piatto e senza sfumature; anche l’allunaggio sembra qualcosa di non così eclatante.

I momenti importanti della trama si susseguono e creano il giusto livello di conflitto, ma senza mai permetterci di riprovare quel tipo di sensazione: il film crea altissime aspettative, che però non verranno mai soddisfatte.

Questo non impedisce a First Man di avere un ottimo cast: Gosling è riuscito a sviluppare un Neil Armstrong senza un solo sguardo che sa di caricaturale, cosa decisamente difficile quando si parla di biopic, ed è stato davvero un piacere vederlo sviluppare il personaggio in tutta la durata del film. Il viaggio dell’eroe (in questo caso decisamente letterale) c’è e i conflitti interiori del protagonista sono la parte del film che funziona meglio. Claire Foy fa il suo lavoro nei panni di Janet, anche se l’attrice britannica brilla veramente soltanto in un paio di scene, restando a margine della scena per il resto del tempo. Sarebbe stato bello vederla condividere qualche scena in più con Gosling. Menzione speciale a Jason Clarke, nei panni di Ed White, e Corey Stoll, che interpreta Buzz Aldrin, che ci hanno piacevolmente sorpreso, nonostante i ruoli marginali.

Il lavoro sul sound, come in ogni film di Chazelle, è stato impeccabile; la parte tecnica sicuramente maggiormente curata e meglio riuscita, in grado di veicolare molto meglio delle immagini. Fotografia interessante, ma fin troppo uso di camera a mano: capiamo la volontà di confondere lo spettatore e veicolare una sensazione simile a quella provata dai personaggi; ma se ad un immagine mossa associamo un audio in cui non si distinguono le parole diventa molto facile perdere l’attenzione.

Buoni gli effetti speciali, ma non sono mancati un paio di errori superficiali, che non ci si aspetta in una produzione di questo calibro e che erano, a nostro parere, abbastanza evidenti. Justin Hurwitz, confermando il sodalizio con Chazelle, ha composto le tracce originali del film. Anche in questo caso le aspettative erano molto più alte, soprattutto considerando le musiche straordinarie create per Whiplash e La La Land.

In conclusione First Man non è un brutto film, ma è lungi dall’essere perfetto. Si potrebbe dire che è un film che non raggiunge il suo massimo potenziale. Chazelle non aggiunge nulla al genere, anzi a tratti il suo modo di fare cinema quasi scompare, inglobato da quello che potremmo definire un “classico film da Oscar”. E probabilmente le nomination fioccheranno, ma il genio dietro a quel capolavoro che è Whiplash sembra un ricordo lontano.

 

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