Sulla mia Pelle – “ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi di un uomo che muore” – RECENSIONE

Avvisiamo la gentile clientela che nella recensione di oggi non ci saranno battutine discutibili, gif o attacchi di fangirling acuto. La recensione di oggi sarà, a differenza del solito, seria e schietta perché, per chi non l’avesse capito, non c’è proprio nulla da ridere in questa storia. E dopo questa piccola premessa, passiamo al film.

Presentato alle 75° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione “Orizzonti” e diretto da Alessio Cremonini “Sulla mia Pelle” è un racconto straziante degli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, morto nel 2009 dopo essere stato percosso da alcuni carabinieri in seguito ad un arresto per possesso di stupefacenti e lentamente lasciato morire senza ricevere le cure mediche necessarie. Come ben saprete il processo è tuttora in corso e non avendo le conoscenze appropriate per scendere maggiormente nei particolari non ci dilungheremo oltre sulle questioni legali della faccenda.

La prima cosa che salta all’occhio è che il film, seppur non essendo lungo,  si sviluppa con una lentezza che non può che definirsi asfissiante; per circa 100 minuti lo spettatore non può fare altro che stare fermo a guardare un uomo che muore.

Cremonini è molto bravo a trasmettere questo senso di impotenza e “regala” al pubblico un angosciante deterioramento del corpo e rappresenta al meglio anche il senso di solitudine di Stefano, le facce degli altri personaggi non sono importanti, le vediamo di sfuggita, sono solo “figure di passaggio”, nonostante il ruolo che hanno poi giocato all’interno della vicenda; il regista non si concentra particolarmente su carabinieri che pensano di essere sopra la legge e medici negligenti, né tanto meno fa del protagonista un martire: non ci sono generalizzazioni o santificazioni, non viene fatta di tutta l’erba un fascio, perché non è la vicenda legale che Cremonini vuole raccontare. Non siamo davanti ad un film di propaganda.

E in questa storia di isolamento Alessandro Borghi spicca sopra ogni cosa, una performance straziante, che ha l’unico problema di far sembrare, in confronto, tutte le altre interpretazioni non all’altezza.

Al di là della trasformazione fisica, il protagonista è davvero riuscito a trasmettere il lento deterioramento del personaggio, con un meticoloso lavoro su espressioni facciali e movenze che lasciano senza fiato.

Tutto ciò è accentuato dall’utilizzo di primissimi piani, che ci riportano in continuazione sul viso di Borghi, perché quello che sta succedendo noi spettatori lo dobbiamo vedere, per quanto atroce sia. Ottima anche la fotografia, con dei toni molto freddi e la totale assenza di colori caldi, che aiutano molto nei primi minuti del film ad entrare nella storia. Sorprendente anche la breve colonna sonora e il reparto audio in generale, in un film che si concentra su pochi e fondamentali dialoghi; per poi portare avanti, per il resto del film, la figura di un solo corpo all’interno di uno spazio sempre incredibilmente delimitato.

In conclusione siamo davanti ad un film crudelmente onesto, che tiene fuori schermo la violenza, ma che rappresenta tutto ciò che le sta intorno con metodica precisione. Una visione asettica totalmente basata su una stanza e il senso di impotenza dello spettatore. E da questo punto di vista il film provoca una reazione davvero strana perché, solitamente, come scrive Susan Sontag, “fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La  compassione ci proclama innocenti oltre che impotenti”.

Ma in questo caso la compassione non indica necessariamente il sentirsi innocenti, perché in quella impotenza c’è anche senso di colpa. Un senso di colpa immotivato, ma che resta lì, come un parassita e fino ad ora non sembra voler andare via.

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