Jack Ryan: quando Ethan Hunt è occupato e la CIA deve ripiegare – Recensione

Vorremmo dire che avevamo intenzione di seguire questa mini-serie fin dall’inizio. Ma sarebbe una menzogna colossale; la verità è che Jack Ryan è apparso come un oasi nel deserto in questo periodo in cui di serie tv manco l’ombra. I dubbi all’inizio erano molti perché, nonostante i numerosi tentativi, non sono molti i prodotti audiovisivi incentrati sulla lotta al terrorismo che ci appassionano. Hanno sempre quel difetto di essere eccessivamente patriottici e auto-celebrativi, presentandoci una serie di personaggi uno più stereotipato dell’altro.

Ma nel caso di questa nuova mini-serie di otto episodi prodotta da Amazon dobbiamo ammettere di essere piacevolmente sorpresi. Perché siamo davanti ad un piccolo diamante, ancora da smussare, ma con tante potenzialità. Potenzialità che potrebbero essere articolate nella season 2 già confermata da Amazon.

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Ma cominciamo dalla trama, che è molto semplice e non rappresenta di certo una novità nel panorama delle serie tv: Jack Ryan, analista della CIA, si ritrova a seguire degli strani trasferimenti di denaro che lo portano a credere che qualcuno stia pianificando una serie di attentati. Questa scoperta lo costringerà a lasciare la sicurezza del suo ufficio per inseguire un pericoloso e ingegnoso terrorista conosciuto come Suleiman.

La storia procede in modo decisamente coinvolgente, con un climax costante che raggiunge il suo apice e si apre in un finale al cardiopalma e, nella sua semplicità, perfetto per il prodotto presentato. Ci sono un paio di scene decisamente crude e dalle implicazioni non indifferenti, che ci colpiscono ancora di più visti gli avvenimenti degli ultimi anni, ma è ben chiaro che gli autori si sono imposti una linea di confine che non verrà mai superata. Sono tuttavia presenti anche dei momenti decisamente naif, che faranno forse storcere il naso ad alcuni, ma su cui ci si passerà sopra per il bene della trama.

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Grande merito va decisamente al cast, capeggiato da un John Krasinski incredibilmente motivato nel suo ruolo da protagonista, che bilancia al meglio razionalità e impulsività in un gioco di equilibri decisamente pericoloso. Jack non è il classico maschio alpha pompato, almeno non più, e proviamo empatia nei suoi confronti fin dai primi minuti, perché la prima cosa che ci viene mostrata di lui sono le sue debolezze: incubi e attacchi di panico gestiti in modo non esageratamente patetico, ma che ci fanno comprendere che siamo davanti ad un protagonista che lotta per trovare il suo equilibrio.

Se ci risulta facile empatizzare con il protagonista, lo stesso non si può dire degli antagonisti; che però in questo caso vantano una profondità davvero impressionante. Non abbiamo davanti la classica rappresentazione del terrorista tipo; con Suleiman, interpretato magistralmente da Ali Suliman, si ha sempre l’impressione che la sharia non sia altro che una scusa per potersi vendicare contro chi ha distrutto la sua famiglia e poi l’ha trattato da reietto. Il motivo religioso diventa un’auto-imposizione del personaggio, per scendere a patti con la sua coscienza, che è tutto fuorché malfunzionante. Il fratello, decisamente scettico, sembra capirlo a sua volta e procede per lealtà, piuttosto che per una vera “vocazione”.

Ottimi anche i personaggi secondari che compaiono durante i vari episodi che, nonostante la poca presenza sullo schermo, riescono sempre a dare allo spettatore nuovi input sulla comprensione di ciò che si sta osservando, andando spesso a contrastare la visione del mondo bianco/nero di Jack.

Le uniche macchiette restano coloro che lavorano alla CIA, che vengono dipinti esattamente come in ogni film/serie che nomina la parola spie anche solo per sbaglio; sono così uguali tra loro che si fa fatica a capire perché ce li si debba sorbire tutti nella stessa stanza, con una tale frequenza.

In ultima analisi, aveva davvero destato il nostro interesse il personaggio di Hanin, moglie di Suleiman, che ha una forza incredibile nei primi episodi, ma dopo aver raggiunto l’apice della sue evoluzione, sembra regredire nuovamente, quando invece ci aspettavamo da lei un’ultima sferzata di carattere.

Decisamente meno incisiva la love-story, che ha degli spunti interessanti, ma che sembra non decollare mai, risultando decisamente forzata in alcune scene. Naturalmente la serie non è incentrata su questo, ma c’è sicuramente margine di miglioramento.

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Molto apprezzati anche gli episodi che seguono le rotte dell’immigrazione clandestina, a partire da un campo profughi in Turchia: 50 minuti che potrebbero far rivedere le proprie priorità a parecchi idioti che pensano che venire in Europa dall’Africa e dall’Asia sia come fare una crociera all-inclusive.

Decisamente buono il reparto tecnico, nonostante non ci aspettassimo nulla di meno da una produzione su cui Amazon sembra aver puntato parecchio. Nella prossima stagione sarebbe bello per la regia e la fotografia prendersi qualche rischio in più, anche se oggettivamente non c’è nulla di sbagliato in ciò che è stato fatto fino ad ora.

Il reparto make-up, invece, merita un plauso a parte perché è stato fatto davvero un ottimo lavoro sulla resa di bruciature, lividi, ferite e cicatrici; anche se questa passione per i punti di sutura dilaniati per i motivi più svariati è sfuggita leggermente di mano.

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Senza entrare troppo nel dettaglio, complimenti anche al reparto di sound effects, che con i suoi accorgimenti ha dato una profondità davvero inaspettata ad alcune scene.

Apprezzata tantissimo anche la scelta di dare alla serie scorci su luoghi differenti: Siria, Yemen, Francia, Turchia. Vedere questa lotta internazionale al terrorismo da al tutto un impronta decisamente realistica, seppur senza collegarsi direttamente a fatti di cronaca.

Finiti i commenti seri, concludo con un paio di considerazioni ignoranti:

  • date un giubbotto antiproiettile a quest’uomo perché non è possibile inseguire un terrorista in t-shirt.

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  • John Krasinski ha due spalle che sono una gioia per gli occhi e il fondoschiena più sodo di Beyoncé. Concedetecene di più nella season 2.

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  • Capisco di aver guardato troppa tv quando riconosco la differenza tra l’esposizione al sarin e quella da radiazioni e ci tengo a farlo notare prima che possano farlo i protagonisti.

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In conclusione Jack Ryan non è un prodotto perfetto, ma surclassa di gran lunga altri titoli dello stesso genere e siamo profondamente convinte che la season 2 possa portare tutte le migliorie necessarie per creare un gioiellino di alta qualità, su un genere che ha un gran bisogno di essere svecchiato.

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