“Ready Player One” – Gundam, Godzilla e il Gigante di Ferro giocano una partita a LoL [SPOILER]

Trema, il regno delle tenebre e del male,
dalla fortezza della scienza arriva,
con i suoi pugni atomici,
Mazinga Roboooooot!

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In realtà quello nel film è un Gundam ma, siamo realistici, la sigla di Mazinga è più bella.

Eccoci finalmente libere di parlare di Ready Player One, ultimo nato in casa Spielberg, ispirato all’omonimo romanzo scritto nel 2010 da Ernest Cline e visto da noi in anteprima settimana scorsa. (Grazie The Space!)

In un 2045 tutt’altro che idilliaco, la vita si svolge in pratica esclusivamente su Oasis, che è …. avete presente Habbo? Quello, ma più figo! Insomma, una vita alternativa, che dondola tra realtà e fantasia. Su Oasis ognuno può essere ciò che vuole, come vuole, quando vuole. Un po’ The Sims, un po’ gdr, con un pizzico di World of Warcraft e una spremutina di lato buono di Black Mirror (perchè, c’è un lato buono di Black Mirror!?).

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Il nostro giovane protagonista è Wade Watts, anche conosciuto online come Parzival, che insieme ad un malassortito gruppo di videogiocatori, tenta di sbancare il jackpot di Oasis, che permetterebbe di prendere il completo controllo della piattaforma; cosa che lo costringe a lottare contro individui che hanno molti più soldi di lui.

Senza grossi spoiler, la trama è abbastanza lineare, la regia nulla di eccezionale e al quanto basilare, così come la sceneggiatura, che nonostante qualche buco, non rovina il film in maniera irreparabile. Il tutto funziona meglio come “nerdata” che come film in sè. L’attenzione dello spettatore è più legata alle continue citazioni ed easter eggs sulla cultura pop dagli anni ’70 fino ai ’90, con cui si viene bombardati dal primo minuto di pellicola. Videogiochi, film, citazioni, musica, fumetti; Spielberg non ci risparmia nulla e questo è proprio il meglio del film. Il pubblico nerd si può sentire finalmente appagato. Entro fine film vi assicuro che si sarà in overload da easter eggs, troppi da ricordare per citarli tutti, ma squisitamente restituiti nella sceneggiatura; nessuno di essi risulta di troppo o fuori posto nella realtà virtuale di Oasis.

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Basically …

Il film diventa un minuzioso viaggio all’interno della cultura videoludica,  che riesce a ricreare graficamente concetti complessi, come la programmazione gaming, o ipersviluppa idee semplici ma essenziali come l’avatar, che in questo caso affonda e pesca a piene mani da ogni tipo di realtà game o animata, da Il Gigante di ferro al recentissimo Overwatch. I protagonisti stessi cavalcano vasti range di caratteristiche: dal classico eroe solitario, questa volta in stile urban fantasy, ma rigorosamente albino (No White Hair, No Fantasy-Party), aggiungendo poi robot giganti, samurai, ninja e magari qualche agente Smith buttato lì a caso.

L’idea di rappresentare il mondo dei videogiochi, o comunque digitale in generale, era stata già messa in atto (vedi Ralph Spaccattutto e dio ce se scampi Emoji), ma in questo film trova uno dei suoi risultati migliori; probabilmente anche grazie ad un comparto grafico non indifferente, che ci regala effetti speciali che urlano soldi da tutti i pori: tracking, particellari, cotruzioni di scene a livelli e molto altro, tutto per realizzare un prodotto altamente competivo e decisamente difficile da eguagliare sotto questo aspetto.
Speriamo in una stagione premi interessante!

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In conclusione, da nerd quali siamo, Oasis ci ha mandato in brodo di giuggiole; tuttavia non siamo rimaste totalmente indifferente agli EVIDENTI problemi di sceneggiatura, tanto per nominarne qualcuno:

[SPOILER]

Samanta ha seriamente la leva per aprire la sua cella, ALL’INTERNO DELLA CELLA STESSA!? Inoltre, quando scappa cercando di confondersi con gli altri impiegati di IOI, nessuno nota il suo nome  a caratteri cubitali sul retro della tuta!? E davvero nessuno riesce a capire il primo indovinello per anni!?! 

Ma, come abbiamo già detto, eravamo troppo esaltate dall’alleanza Gundam + Gigante contro Godzilla per continua a dibattere su ciò, quindi effettivamente forse non siamo giudici imparziali, almeno per questa volta.

 

 

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