Tema dell’acqua agli oscar. The shape of water- no spoiler

Guillermo del Toro torna al cinema guadagnandosi subito la targhetta ad honorem di quest’anno che porta la dicitura “Il film con il maggior numero di nomination agli oscar”.

Dato che siamo finte professioniste, non ci siamo fatte abbattere e fermare dall’antipatia gratuita che ci pervade ogni anno rispetto a un film che riceve un numero spropositato di nomination e candidature (rispetto ad altri film) e con l’aria da intellettuali che conserviamo gelosamente nel cassetto e che tiriamo fuori solo per queste occasioni, ci siamo recate al cinema per vedere se l’opinione di noi membri dell’Academy poraccia, combaciasse con quella dell’Academy ufficiale.

Alla fine della visione (ma a dire il vero anche alla metà di essa) abbiamo capito che o siamo noi a non capire effettivamente nulla di cinema (cosa probabile) o è l’Academy che di anno in anno aumenta le dosi della droga che assume.

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Ma procediamo per gradi.

The shape of water, La forma dell’acqua, parla di Elisa, una donna di servizio affetta da mutismo, che lavora insieme all’amica e collega in un laboratorio. Qui, dopo un paio di eventi strani, vi trova in una vasca una creatura anfibia dalla quale si sentirà compresa e della quale con il tempo (esattamente 0,7 secondi) si innamorerà.

Del Toro cerca di far passare per normale e naturale ciò che non è. Non è intenzionato ad offrire giustificazioni ai comportamenti anormali della protagonista, che risulta un personaggio svampito ma scialbo. Vi è un tentativo di giustificare la presenza della strana creatura, ricostruendo l’ambientazione della guerra fredda, introdotta solo ed esclusivamente dai dialoghi di alcuni personaggi, rendendo forzata anche la sceneggiatura. L’ambientazione inoltre, nasce come muore: dal nulla.Risultando irrilevante ai fini della trama.

In due ore di film non vi è personaggio che risulta essere caratterizzato a 360°, men che meno la protagonistahe insieme al mostro delle paludi fa a gara per vincere il premio di “miglior fantoccio” (premio al quale prima di oggi si è avvicinato solo Peeta Mellark)

La colonna sonora è piacevole fino a quando non ci si rende conto che viene utilizzata come espediente per regalare al pubblico un momento alla LALALAND (nella remota possibilità che codesto film sia annunciato come vincitore della categoria “Miglior film” per maldestro errore.)

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and the winner is LA LA LAND

Se avete ancora la speranza che si riprenda all’ultimo, rimarrete delusi perché il finale è anche più prevedibile dello svolgimento.

Se fosse stato un film indipendente probabilmente sarebbe stato selezionato per partecipare in concorso al Giffoni film festival (e non solo per la presenza del tema dell’acqua), ma anche per la brutta fine che viene fatta fare ad un innocente micio (finiamola con queste torture gratuite). Probabilmente mi sarei sentita anche più libera di reclamare le due ore perse dietro a questo film, ma dal momento che stiamo pur sempre parlando di Guillermo Del Toro metto le mani avanti e lo denigro in punta di piedi.

L’unica nomination con la quale mi sento di concordare al 100% (su alcune posso chiudere l’occhio, per altre vorrei davvero che qualcuno mi desse un libretto delle istruzioni per capirne le motivazioni) è quella di Octavia Spencer, come attrice non protagonista. Ma ammetto di essere di parte, per la grande ammirazione che nutro nei confronti di quella donna, e confesso anche che forse sarebbe un po’ un oscar “contentino” (CHE ASSOLUTAMENTE L’ACADEMY NON E’ SOLITA DARE. VERO LEO? *COFF COFF*) dal momento che all’attrice viene riservato un ruolo, purtroppo, troppo marginale.

Uscita dal cinema la mia antipatia gratuita per le 13 nomination, non solo non è svanita, ma è aumentata.

 

Fine della bella recensione imparziale!

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